Coco: recensione e curiosità

Trama

Alla fine di questo 2017 è uscito il diciannovesimo lungometraggio targato Pixar, che ci ha sempre abituato ad un certo livello qualitativo. E anche quest’anno, la casa della lampada saltellante non ci delude. “Coco” parla di un ragazzo messicano, Miguel, con la passione per la musica ma nasce in una famiglia che la musica l’ha ripudiata, da quando l’anziana bisnonna Coco fu abbandonata dal padre cantante per seguire carriera e successo. Quando scopre che nel Día de los Muertos ci sarà un concorso musicale nella propria cittadina, vuole parteciparvi ma, privato della sua chitarra, per farlo ruberà lo strumento direttamente dal monumento dedicato al famigerato cantante messicano Ernesto de la Cruz deceduto molti anni prima. Il giovane Miguel scopre che il suo idolo è in realtà il suo trisavolo, padre di nonna Coco. Il solo tocco della chitarra lo porterà in un’altra dimensione, quella dei morti.

Le Origini

L’idea di Coco nasce già nel 2011, subito dopo che il regista Lee Unkrich ha finito di lavorare a Toy Story 3 e ha attraversato varie intemperie per riuscire a vedere la luce. Come le proteste delle comunità latine con la accusa di aver plagiato il “Libro della vita” di Jorge Gutièrrez (sostenitore però di Coco), o il rischio di essere fatto diventare Coco un progetto secondario come è successo al travagliato “Il viaggio di Arlo”

Analisi

Il film ci proietta subito nei primi 10 minuti in un racconto emotivamente trascinante, affrontando sin da subito temi complessi come la morte e il tradimento di chi ci vuole bene, con una naturalezza tipica dei film Pixar come Inside Out e Up. “Coco” ci racconta questa tradizione messicana, di come il ricordo di chi non è più tra noi possa continuare a vivere eterno, lasciando entrare le anime dei nostri cari nel mondo dei vivi. I layout artists hanno fatto un ottimo lavoro, cercando un design per la dimensione dei morti, che non sia macabro come potrebbe essere quello di Nightmare Before Christmas, ma gioioso, colorato e, paradossalmente, pieno di vita. Il ponte che collega il mondo dei vivi a quello dei morti è spettacolare. Completamente fatto di foglie arancioni, che dovrebbero essere appassite, ma che invece sono vive e molto sature. Già qui possiamo vedere come la simbologia è importante nei film Pixar. Le foglie appassite sono il simbolo di qualcosa che ha fatto il suo tempo e, cadendo dall’albero, abbandonano il mondo nel quale sono cresciute. Questo però non le rende spiacevoli ma anzi, acquisiscono un valore aggiunto, diventando qualcosa di luminoso, spettacolare e nostalgico, proprio nello stesso modo in cui dovremmo ricordare i nostri cari. Attraversato il ponte ci troveremo in una città costruita sul nulla, letteralmente, che si erge su sé stessa come delle palafitte. Ogni particolare è perfettamente pensato per poter funzionare in un mondo veramente popolato dai morti. L’impatto visivo di questa città crea il tipico effetto “wow“, grazie alle luci e agli effetti particellari degni della miglior produzione mai esistita. Il character design, curato da John Nevarez, che ha già lavorato a produzioni come Monster University, Cars 2, Astro Boy e Kim Possible, è azzeccatissimo. I personaggi, suscitano fin da subito un senso di coinvolgimento portando lo spettatore ad immedesimarsi. Tutta la regia, il montaggio, la camera che segue perfettamente i personaggi nelle sue azioni, l’animazione precisa e naturale, come quando si vede qualcuno che suona la chitarra con le esatte note. Tutto è curato alla perfezione e riesce a tenerti incollato allo schermo per tutta la durata del film.

Quando ho scoperto che questo film si sarebbe incentrato sulla musica, ho avuto subito paura che si sarebbe trattato di un altro lungometraggio musicale come Frozen (a parer mio uno dei peggiori film Disney). Ma così non è stato. La musica viene utilizzata per quello che è: musica! I personaggi cantano e suonano perché è ciò che devono fare in quel momento, non per raccontarti la storia, con testi scontati e dalla traduzione frustrante. Avrei però preferito, approfittando del fatto che non ci sia niente da spiegare, che le canzoni non venissero cantate in italiano, ma che rimanessero in spagnolo, mantenendo la musicalità della lingua che si perde nella traduzione.
Anche in questo film appare il leggendario camioncino del “Pizza Planet” tipico degli easter egg della produzione. Siete riusciti a vederlo?

Con questo film, la Pixar, continua a sorprenderci con i loro lungometraggi, pienamente apprezzabili dagli adulti come dai più piccoli. Non sono solo dei “cartoni animati”, ma delle vere e proprie opere d’arte, nelle quali gli artisti che ci hanno lavorato, hanno messo la propria anima e il proprio cuore. Qualcosa che ci fa arrivare oltre l’immaginabile, facendoci sognare e riuscendo a farci tornare piccoli.

Grazie Pixar.

Gen, 16, 2018

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